venerdì, 19 giugno 2009, ore 12:52

"Pezzo della Madonna" (cit.)

Can’t you see that you’re smothering me
Holding too tightly afraid to lose control
Cause everything that you thought I would be
Has fallen apart right in front of you
(Caught in the undertow just caught in the undertow)

L'ennesimo urlo di Pillow
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martedì, 16 giugno 2009, ore 18:35

"Sudare per sudare"

C’è che esci di venerdì sera con la tua amica storica, scoglionata e trasandata, e finisci nella pizzeria sotto casa sua.

C’è che i tuoi sbuffi di marlboro e il tuo sguardo “non mi serve un cazzo da nessuno” attirano le fantasie adolescenziali del cameriere carinissimo ma giovanissimo.

C’è che i discorsi potenti e l’eloquio proverbiale ci mettono il resto, ed il giovanotto resta abbagliato (od ingolosito dall’effetto “due carampane” ma anche “due escort a buon mercato”, vai a capire).

C’è  che ci scappa la battuta, la proposta da parte dell’amica di rompere il cazzo, che costituisce sempre esca allettantissima, e si scarabocchiano i telefoni sulla tovaglia di carta.

C’è che invece di buttarli come da me pronosticato, il tizio dopo due ore manda un sms.

C’è che l’sms voleva contenere matrice erotico-simpatica-sciolta-ehilà, ragazze!, ma ne è risultato come una presentazione (“Ciao, sono io, il ragazzo del locale!”) condita da un impacciato tentativo di seduzione che avrebbe seccato l’apparato riproduttivo persino ad una ninfomane scappata dal carcere femminile dopo 20  (“una di queste sere potremmo [rectius: diceva potremo, anzi. "potremo". un futuro certo anziché un educato condizionale] vederci, doccia inclusa, però! Anche se sudare per sudare…”).

C’è che resti lì, tra l’impietrito e l’autocommiserazione, desiderando un ictus, un autobus, un ratto da parte di un tuareg, e qualunque altra cosa possa colpirti lì, al volo, in pieno viso, in mezzo a Vicolo della Pace.

C’è che spendi tutti i venti minuti successivi a supplicare l’amica di metterti in ginocchio e compassionevolmente spararti, così, a secco, dietro la nuca, a te, riconoscente e muta, che abbracci la giusta punizione per tutto quel pressappochismo dimostrato nei riguardi della tua vita…

L'ennesimo urlo di Pillow
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giovedì, 21 maggio 2009, ore 15:36

Ventose

Da 35 anni guido un cuore senza marce, va da 0 a 100 senza passaggi intermedi. Nonostante le ripetute lezioni di guida, io ancora adesso o non parto proprio, o faccio proprio il botto.

Da leggersi: o mi stai profondamente sul cazzo, e quindi pratico e predico la sempiterna sana arte dell’indifferenza, oppure divento un pupazzetto di gomma con le ventose a mani e piedi, di quelli che si attaccano ai finestrini delle automobili.

Attaccato, caparbio, esteso al massimo, fin quando regge il vuoto sotto le ventose.

Ci sto, nel cuore delle persone, lo so perché ne vedo le pareti, tutte intorno a me, lo so perché quando sono là dentro non sento freddo ai piedi e non mi assale quella fame bulimica che per solito mi divora. Lo so perché ricordo come ci entro.

Scalza, quasi di soppiatto. O a sfondamento, senza nemmeno una citofonata.

Ci sto, e resto attaccata con tutte le ventose in dotazione. Però succede, e succede, che per non voler uscirne, premo troppo su di esse, forse, e scivolo, verso il basso, non fuori, piuttosto verso il basso.

Io scendo, e intorno salgono le pareti. 

Premo troppo sulle ventose, può darsi. O le stesse belle, lisce, desiderabili pareti del cuore ospite,  sotto al sangue celano un tipo di vetro incompatibile.

E’ a questo scendere che non so dare soluzione o nome, un freno a mano imposto a cui non voglio dare una collocazione.

Ed è questo, che non mi fa scopa, nei pensieri, che restano pensieri e non domande, in quanto hanno le mani pastose della mia ingombrante educazione strette intorno al collo.

Ma poi, ammettiamo che riesca a estrinsecare una domanda del tipo, ammettiamo pure che ottenga una risposta, di qualunque carattere, parziale, esauriente, di cortesia… dopo?

Cambierebbe il modo in cui mi tuffo in un cuore? Il modo in cui spalanco il mio? Cambierebbe il modo in cui parto, così, da zero a cento, come proseguo, così, senza marce? Direi di no. Mi direi proprio di no. Centinaia di lezioni, e pretendo pure di atteggiarmi ad autodidatta.

Magari, dovrei smetterla di chiedere ed interrogarmi. Godermi il viaggio e basta.

Ingozzarmi con quel che passa il convento e fumarmene una.  

Tanto guido io.

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lunedì, 18 maggio 2009, ore 16:10

Interno sera

Tardo pomeriggio d’inizio estate. In un soggiorno illuminato dal crepuscolo romano, “The Miseducation of Lauryn Hill” soffoca nel sacrificato volume dieci dello stereo.

Due semi ragazze si occupano l’una dell’altra, nel semi silenzio.

La prima semi ragazza si adopera con il ferro caldo sulle extension della seconda semi ragazza, intenta a scegliere il colore dello smalto.

Semi ragazza 1 = Che pace…

Semi ragazza  2 = Davvero!

Semi ragazza 1 = Guarda, girala come ti pare, sto una pacchia, quando stiamo così! Sì, mi piace tutto quello che faccio, andare, tornare, ampliare conoscenze, moltiplicare le esperienze, ma quando sto così, mi riconosco in pieno…

Semi ragazza 2 = (sorride) Grazie. Anche per me è così…

Semi ragazza 1 = E’ come quando fai una vacanza a 5 stelle… stai bene, stai benissimo, è il posto più bello ed hai la stanza migliore… Ma come caghi sulla tazza di casa tua, non caghi altrove…

Semi  ragazza 2 = Tu hai proprio deciso di commuovermi, stasera…

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mercoledì, 13 maggio 2009, ore 16:20

“Grazie a Lei, Signora! Ci vediamo presto!”

Spero tu non ti sia offesa, quando mi ha beccata, uscendo, in apotropaica, vigorosa attività.

Lo spero proprio, perché non ho nulla contro la tua gentilezza ed affabilità.

E' per come mi sento oggi, che mi arriva come se me lo avesse augurato un imbalsamatore.

Ed io, notoriamente, non vado d'accordo, con gli imbalsamatori.

T'è chiaro, signorina farmacista?!

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venerdì, 08 maggio 2009, ore 17:03

La stagione del tuo amore
non è più la primavera
ma nei giorni del tuo autunno
hai la dolcezza della sera
se un mattino fra i capelli
troverai un po' di neve
nel giardino del tuo amore
verrò a raccogliere il bucaneve

 

Quante parole grandi, belle, serie ed importanti riesci a dire sincera e convinta, con il cuore e la bocca spalancati, a qualcuno che conosce solo i primi due o tre strati di te?

E quante ne eviti a chi ti ha guardato nel cassetto dell’intimo per circa un trentennio?

In entrambi i casi la risposta è: tante. Molte. Quasi tutte quelle che sai dire.

E' pur vero che ne ho sempre di meno, da qualche anno a questa parte, e, abile mimo del mio stato d’animo, mi sono crogiolata nell’alibi del tacere per non urlartele, queste parole.

Ho accettato, e sto ancora tentando di farlo, quella parte di me che ti ha sempre fatto soffrire, e stavolta non per compiacerti; ho corretto dove ritenevo fosse opportuno, nella maniera che ho ritenuto opportuna; sto impastando una crescita che ti ha vista e continua a vederti voltata di spalle, però ti ho ringraziato in cuor mio molto spesso per quello che la tua soffocata dolcezza mi ha tatuato dentro.

A proposito, io ce l’ho, un tatuaggio. Ne vado fiera, me ne innamoro ogni mattina, ma a te apparirebbe come l’ennesima sconfitta, quindi te lo confesso qui, dove so che non puoi arrivare.

Mi ricordo sempre di non sbattere le porte, dico grazie, buongiorno e per favore, alle persone, e mi imbarazzo quando scopro di aver poggiato i gomiti sul tavolo.

Bestemmio sempre, tanto, a voce alta, come uno scaricatore di porto, purtroppo, anzi, forse un po’ di più, non dovendo ora lottare contro la tua smorfia contrita, e tengo ancora nell’armadio quei jeans strappati, causa di centoeuna discussioni.

Alla fin fine, non sono la tua carbon copy, e grazie a Dio, aggiungerei.

Non in tutto, almeno, ok, ma non sono venuta su tanto malaccio ugualmente, fidati.

Sono poco donna, o poco donna nel senso classico che intendi tu, non sono la “perla” che tanto desideravi, ma mi piaccio, sai, e sopravvivo, anzi, vivo proprio, ed a sprazzi raggiungo addirittura punte di spensieratezza.

Tra i pacchetti che ti farò scartare domenica ho messo pure quell’anacronistica colonia che ti piace tanto, quella con la boccetta bellissima e la fragranza che ricorda il mare, e ce ne sono altri due, eh, da aprire: uno grande ed uno più piccolo.

E poi quest’anno c'è per te anche un biglietto da leggere.

Niente di esagerato o lungo, che tanto alla mia calligrafia non ti sei mai abituata. Solo una puntina di convenienza, sfruttando l'occasione, ecco. O chiamiamola codardia, meglio, che è più adatto.

Perché di tutte quella parole che non riesco a gridarti in faccia, mai, per nessuna ragione, ce ne sono certe che mi fanno proprio impazzire, proprio avvelenare, proprio incazzare, quando mi rendo conto che sono già fuori da casa tua, e loro stanno venendo via, con me, qui, intrappolate nell'ascensore della mia gola…

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giovedì, 07 maggio 2009, ore 09:58

Facciamo che facciamo silenzio…

It's bitter baby
and it's very sweet
I'm on a rollercoaster
But I'm on my feet
Take me to to the river
Let me on your shore
I'll be coming back baby
I'll be coming back for more

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martedì, 05 maggio 2009, ore 13:01

Si accettano suggerimenti

Biglietto da lasciare sul parabrezza – opzione  n.1

Gentile Signore/a, ha nuovamente bloccato l’uscita alle moto parcheggiate. Era stato/a invitato/a pochi giorni or sono a lasciare sul cruscotto perlomeno un recapito telefonico, al fine di avvertirla in caso di intralcio.

Ciò non è avvenuto. Portiamo quindi alla Sua (poca) attenzione che siamo persone che lavorano tanto quanto Lei, Signore/a, ed il nostro tempo ha valore pari il Suo.

Dovessimo riscontrare nuovamente l’incresciosa mancanza di rispetto, saremo meno tolleranti e chiameremo il carro attrezzi.

Biglietto da lasciare sul parabrezza – opzione n.2

Incivile che non sei altro, potresti almeno lasciare mezzo metro tra il tuo sportello e i musi delle moto, per farci uscire??!

Comunque grazie, per aver valutato il mio mezzo come la navicella di Actarus.

Proverò ad uscire in verticale.

Me lo vieni a fare l’applauso?

Biglietto da lasciare sul parabrezza – opzione n.3

Borioso Sottoprodotto Umano, non ci sarà un domani, per tutte e 4 le tue ruote, se ti riazzardi a farmi tardare al mio corso di “esplosivo al plastico”. Grazie.

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lunedì, 04 maggio 2009, ore 19:01

How to survive

Ai traumi dei lunedì post ponte lungo, al lavoro fatto con i piedi, all’altrui dabbenaggine, alla cefalea.

Quando la musica intorno non ti piace, tu alza il volume di te stesso.

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giovedì, 30 aprile 2009, ore 11:54

May I have the bill, please?

Lei = Porca puttana impestata!!

Io = Bada che c'ho dieci euro appresso. E’ una legnata?!

Lei = …‘rcatroia se lo è…

Io = Allora tiro fòri il passamontagna…

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lunedì, 20 aprile 2009, ore 12:30

Ho perso la fede.

Politica.

Calcistica.

Religiosa.

Da pollice…

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venerdì, 17 aprile 2009, ore 10:06

In Luck We Trust

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venerdì, 10 aprile 2009, ore 11:35

Vorrei farti un regalo…

…cagarti copiosamente in faccia e dirti: "Non ti sei inventato niente, T. Ferro dei miei stivali!”

10 Settembre 2003

“In questa notte vorrei cullarti dentro di me,

dolcemente sfiorarti la pelle con l'anima

silenziosamente gridarti TI AMO,

vorrei uno spicchio di Luna

scolpirlo con i tuoi lineamenti

riappenderlo nel cielo

per poterti vedere ogni notte

che sei lontana da me....

la mia anima per te Anima mia!!!

Semplicemente.........”

L'ennesimo urlo di Pillow
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lunedì, 06 aprile 2009, ore 11:10

3.33

E svegliarsi – come da mesi a questa parte, sempre a quell’ora – stavolta giusto quel minuto prima, sufficiente a prendersi bene in faccia lo spavento più colossale da quando rivivi sola.

Che lo scricchiolio del legno, di notte, può passare inosservato.

Ma lo stridere della ringhiera del giardino, quel suono cupo ed eccessivamente prolungato di enorme arpa arrugginita, no.

E nemmeno il tuo nuovo inquietante acquisto – la “donna morta”, cioè il poggia abiti in metallo, a forma di mannequin anni 50 – dovrebbe cigolare così tanto a lungo, da solo.

Il letto ad un palmo più in là, sobbalzando.

E pesa, il mio letto, eh, pesa parecchio.

Le tapparelle che vibrano, senza tuono.

Un paio di tonfi da oggetti in un fu equilibrio precario.

E poi lei, inequivocabile, odiatissima. La nausea.

Avrei dovuto alzarmi, appena capito ciò che stava accadendo.

Avrei dovuto “infilate le ciabatte ed esci pe’ strada”, come mi si suggeriva dall’altra parte del telefono, mentre piagnucolavo “hai sentito? hai sentito?”.

Invece no. Sono rimasta lì, lacrimante e spaventata come una vecchietta, a finire il giro di telefonate per sincerarmi che tutti gli affetti fossero tranquilli più di me.

Sveglia, inquieta, a rigirarmi e a frullarmi quel briciolo di dignità personale in pensieri drammatici e scuri come le tre del mattino.

Pensieri enfatizzati dall’anomalia, pensieri sul vuoto del garage sotto al mio pavimento, che ha fatto rimbombare la scossa fino a farmene sentire avvolta, pensieri sulle malattie che si portano via le persone ma contro le quali puoi provare a fare bracciodiferro, o, perlomeno, guardarle in faccia, o anche dirti “me la sono andata a cercare”,  invece ad un palazzo di 6 piani che ti crolla di testa non puoi dire proprio un bel niente, e se fosse successo, avrei speso gran parte dell’eternità che mi spetta, in un posto “dopo” di questo, a chiedermi “mbe’? 35 anni di bucio di culo per poi finire frantumata dalla vasca da bagno della signora di sopra? perché? tanto valeva lasciar direttamente spazio ad uno che avrebbe poi vinto il nobel per aver scoperto come non far mai più puzzare le ascelle o la ricetta della nutella a zero calorie!”.

Pensieri su come avevo speso quell’ultimo giorno in terra, sul fatto che stiravo le cuoia da sola, e non avevo fatto pace con tanta gente e non avevo ricevuto un ultimo bacio, sul “con chi è che ho fatto l’amore per l’ultima volta?”, e se mi era piaciuto tanto o meno, pensieri sui miei amici, sulle persone che avrei lasciato nella disperazione per i prossimi 50 anni, modificando la forma del loro carattere con l’ondata di dolore sollevata dalla mia dipartita, e sulle persone che avrebbero detto solamente “Ma dai?! Uh, poverina!”.

Pensieri grossi, bui, esagerati, che il sisma ha scrostato dagli angolini polverosi della coscienza solitamente troppo indaffarata a tirare avanti per trovare il tempo da perdere in elucubrazioni macabre sulle casualità della vita.

Pensieri che non hanno preso pace nemmeno nella mezz’ora di sonno rubata prima del suono della sveglia, visto che ho sognato di scrivere email di addio a chiunque, pure a chi avevo stabilito mi avrebbe tenuto la mano, l’ultimo giorno della mia vita.

Poi mi sono alzata sul serio, ho acceso la tv e ho visto, ho verificato che il peggio è stato altrove, poco lontano da me, dal mio comodino tirato due spanne più in giù del solito, e c’erano state persone che tutti quei pensieri pastosi e strani non avevano avuto il tempo di farli veramente.

Ma ancora sto qui, che non mi sono ripresa, che ho dovuto buttarlo in un post, quel marasma di strizza e forse di stronzate che mi ha aggredito stanotte, piuttosto che riprendermi con cose buone ed elucubrazioni positive, su pensieri belli, tipo che sono diventata zia, quattro giorni fa, di un fagotto spettacolare,  fonte di ispirazione per tutte le qualità che mi sono rimaste.

Ma la gioia, quella puoi contenerla, o riassumerla in un sorriso beato e duraturo.

Almeno per quel che mi riguarda.

La paura, purtroppo, no.

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giovedì, 02 aprile 2009, ore 18:25

Boicottare Facebook e vivere sereni la propria quotidianità.

Pillow giura a sé stessa e ai vicini di scrivania che rivedrà l’immissione di “carciofi scureggioni” nella sua dieta.

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mercoledì, 18 marzo 2009, ore 12:15

Non è un paese per residenti

Anche se c’è chi sostiene che la crisi è passeggera e, ad ogni modo, si può affrontare…

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martedì, 03 marzo 2009, ore 10:03

“Non esistono donne brutte. Esistono donne pigre”

Dita Von Teese

La qual cosa, Dita cara, per talune equivale alla medesima condanna, sai…

 

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martedì, 03 febbraio 2009, ore 12:42

And…How do you feel?

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venerdì, 30 gennaio 2009, ore 10:49

New look

Ovvero "L’arte di procrastinare per almeno altri 12 mesi la prospettiva di trovare spasimanti".

Sara = Te li ha fatti proprio carini, questi capelli! Ci hai già fatto l’occhio? Che hai pensato stamattina, quando ti sei specchiata?

Pillow = … “chi diavolo può essere entrato stanottotte, che mi ha attaccato questa gigantografia del fante di bastoni allo specchio?”

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mercoledì, 28 gennaio 2009, ore 14:27

Una delle cento cose senza le quali la vita mi sarebbe ulteriormente insostenibile è…

…le mail di mia sorella.

Le scrivo:

“…..con questo non voglio fare la Bridget Jones della situazione. Ma è abbastanza chiaro di come la ripresa sia ostacolata dal morbo di talune prese di coscienza, che rendono i pesi (degli errori trascorsi, della solitudine, della semplice conclamata sfiga, and so on…) gravosi quanto macigni. Ed il motivo per il quale pongo a te certe domande, è proprio perché in te vedo un essere, ora, con un discreto – e, visto con i miei occhi, oltremodo invidiabile – equilibrio emotivo.

Risponde:

“La posta delle amiche - Cara delusa '74, bisogna saper scendere a compromessi e non aspettarsi mai nulla, perché altrimenti si rimane sempre delusi...Visto che i principi azzurri esistono solo nelle favole, sarai sempre delusa. Quelle storie che una non si deve annullare, che deve avere una vita propria…sono in parte cazzate!!

La coppia è un'entità a se in cui si perde parte della propria identità, altrimenti che senso avrebbe?!

Cerca di godere delle piccole cose, vedrai che andrà meglio.

...............................

Sono appena tornata dall'agenzia delle entrate... soliti giri del cazzo!

Abbiamo finito con ‘ste stronzate, che vado a pranzo?"

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venerdì, 23 gennaio 2009, ore 10:51

Pornodepressione d'autore

(Sottotitolo: La solitudine  sorride sinistramente in verticale)

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mercoledì, 07 gennaio 2009, ore 17:12

Baile Átha Cliath

 

E' in un giorno di pioggia che ti ho conosciuta,
il vento dell'ovest rideva gentile
e in un giorno di pioggia ho imparato ad amarti
mi hai preso per mano portandomi via.

E in un giorno di pioggia ti rivedrò ancora
e potrò consolare i tuoi occhi bagnati.
In un giorno di pioggia saremo vicini,
balleremo leggeri sull'aria di un Reel.

Modena City Ramblers

 

Riesco a dimenticare cosa ho mangiato ieri a pranzo, però cammino sciolta e sicura, dopo più di dieci anni, in una città della quale padroneggio la toponomastica in maniera quasi sovrumana.

E il vanto non è il mio. Il merito è solo il tuo.

Della tua capacità di rimanere dentro, di colpire potente e gentile come la risata di una fata.

Ho conosciuto il tuo freddo, stavolta.

Un freddo che sega le gambe, nel passo, e fa bestemmiare ogni volta che si esce da un locale o da un negozio.

Un freddo da ringraziare quando l’orgasmo del bicchiere bollente ed alto dell’irish coffee lo cancella dalle dita, lentamente.

Un freddo a cui mi dicono ci si abitua, ma ci ho creduto solo quando ho visto le tue  ragazze gonfie di birra in sandali e bretelline, la notte di capodanno.

Ho camminato per quattro giorni consecutivi, in questo gelo, scoprendo spazi più grandi per far galoppare i miei pensieri.

Quattro.

Giorni.

Consecutivi.

Sotto cieli altissimi con nuvole bassissime, a rincorrersi veloci, come i ragazzini al parco.

Senza necessità di parlare. Senza urgenza di fotografare.

Io già ti conoscevo, e ti amavo da ancora prima. Non c’è stato bisogno di convenevoli, tra di noi.

Al punto che è stato naturale, semplice e leggero, sedersi nell’antro bisunto del tatuatore di Temple Bar a farmi benedire.

Al punto che non ho avvertito la gravità del classico odore di cipolla sulla mia giacca.

Al punto che sono state solo le stratificazioni dell’abbigliamento a tradire la mia provenienza.

I tuoi occhi, Dublino.

Occhi chiari ma non freddi. Occhi sorridenti.

Di gente felice di essere al mondo, entusiasta e gentile qualunque mestiere eserciti.

Gente che non sente nemmeno più la necessità di dire che lo spleen non abita più qui, e che basta, possiamo anche ficcarcelo riccamente nel culo.

Strette di mano poche, ma chiacchiere quante ne consente il fiato.

Non vedi mai la fine della notte, se riesci a star dietro ad un irlandese al pub.

Mi sono regalata una scorribanda nelle campagne che tinteggiano la Valle del Boyne.

Ho acceso una candela sulla collina di Tara, giurando qualcosa a me stessa e scoprendo solo dopo che lassù le Pietre del Destino benedicevano rituali pagani antichi quasi quanto la luna.

Ho lasciato scorrere silenziosamente una lacrima quando, sul pullman che mi riportava via, Brandon ha cantato una ballata celtica da strapparti via l’anima per quanto struggeva.

Provare a descrivere qualunque cosa ho visto e mi è accaduto qui, per le mie modeste conoscenze lessicali, costituirebbe una impresa titanica, ma non è questo che mi frena e frega.

E’ che dovunque girassi lo sguardo, il fiato si strozzava, il cuore tamburellava tale da farmi arrivare nelle tempie il suono profondo di un bodhrán, i colori si sovrapponevano così come fanno sulla coda del pavone, e l’elfo nel mio petto cominciava la sua danza scomposta e frenetica, ringraziandomi di averlo riportato a casa.

Le emozioni hanno tutte un nome, ed è vero, ma prova a descriverne una in maniera anche solo approssimativa…

E’ per quello che si raccordano sotto gruppi di lettere.

La mia emozione un nome ce l’ha, ed è Irlanda.

Ma che nessuno mi chiedesse di descriverla…

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lunedì, 05 gennaio 2009, ore 19:54

Il cielo sopra Dublino – 02 Gennaio 2009

….e sono ancora tutta verde, dentro.

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giovedì, 27 novembre 2008, ore 12:42

Fame. Freddo. Sonno. Madonne.

Io sono il mio Presepio.

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venerdì, 21 novembre 2008, ore 17:59

“Speriamo, grazie, altrettanto, baci”

L’arte di contenersi dal rispondere “Mavvattenaffanculo, (figlio di) troia!” davanti all’augurio di buon fine settimana da parte di chi, la settimana, te l’ha resa un girone dantesco.
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mercoledì, 19 novembre 2008, ore 17:52

 “Be’, indovina un po’, sono cambiato! E il mio nuovo Io si fa una sega, quando è arrapato!”

- American Beauty – (1999)

 

Rete 4 può diventare una sorprendente amante, la notte.

(L’ho mai detto? L’ho mai detto che se bussassero in contemporanea alla mia porta Kevin Spacey,  un esecutore testamentario e un vassoio di straccetti con la rughetta…mi troverei seriamente, ma seriamente, in imbarazzo, rispetto a chi accogliere per primo?!)

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lunedì, 17 novembre 2008, ore 10:37

“A chi tocca nun s’engrugna”

Tre mesi di asserita rassegnazione.

Tre mesi zitto&mosca.

Da quando è cominciato il campionato, diceva “Sì, tifo, ma…”.

Da quando, in leggera e scazzafrullona conversazione, denunciai le origini del mio (ex) tifare, non ha mai affondato più di tanto nel normale sfottò da rive opposte del Tevere, anche perché trovava poca soddisfazione, dato il mio plateale disinteresse.

E oggi, tutto tronfio del suo 1 a 0, se l’è ricordato per chi tifa, s’è ricordato di avere una dignità sportiva et un onore calcistico.

E se l’è ricordato proprio sull’uscio, a quasi quattro metri dalla mia scrivania.

E’ così che al posto di un buongiorno cordiale, in risposta al suo motteggiare sarcastico, si è preso una gomma per cancellare Staedler Mars Plastic dritto per dritto in mezzo alle palle.

Tiro a cucchiaio.

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giovedì, 13 novembre 2008, ore 16:55

“Dopo il liceo che potevo far”

E’ in giornate come quella di oggi che mi capacito di quanto e come abbandonare l’università mi abbia reso l’anello di congiunzione tra una segretaria molto potente ed un giurista fallito e di infimo rigore morale.

 

"Son sempre ubriaco son sempre fatto
e arrivo a sera che son distrutto
così a furia di questo sballo
non so più quando non so più come
mi son scordato il mio vero nome..."

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martedì, 11 novembre 2008, ore 18:53

Hanno aperto un Tezenis a cento metri dal mio studio.

Questa è davvero la fine…

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venerdì, 07 novembre 2008, ore 17:19

Il castigo di Dio è nel nome delle cose.

Stai peggio a dire “Uff, mi fanno male tutte le ossa” o nel dire “Cazzo, mi hanno riscontrato l’invecchiamento precoce”?

Pizzica di più affermare “Mio marito è fuggito con Ramona” piuttosto che declamare “Mio marito è fuggito con una slava”?!

Il nome non regala un volto – oh be’…insomma…neanche è sempre così. Nasi, nomi, segno zodiacale, addirittura tipo di automobile. Sissignore. Specie per chi della fisiognomica ne fa un credo [Browne: Poiché il sopracciglio spesso dice il vero, poiché occhi e nasi hanno la lingua ...spesso osserviamo che persone con tratti simili compiono azioni simili] – ma di sicuro regala spessore ad un concetto.

Vogliamo soffermarci solo un istante a parlare dell’inculata distribuita a piene mani dai nomi (titoli) dei libri?

Quante giovani menti, sgombere della inutile conoscenza del signor Paulo Coelho, sono rimaste intrappolate nel fascino evocato da “Il Manuale del Guerriero della Luce”, immaginando di trovarsi davanti ad un saggio sulle teorie uniche di una vita coraggiosa, mentre invece buttavano dieci euri con un libercolo semplicistico persino per un frate trappista?

Intendiamoci, anche nelle ipotesi migliori, eh.

Anche nei casi lieti.

“Amo uno” non contiene minimamente la stessa profonda solennità di “Amo Vercingetorige” (che poi, Vercingetorige, con quel cazzo di nome, potrebbe fare qualunque cosa, potrebbe anche spalare bava di lumaca o sodomizzare le cassette della posta, diventerebbe comunque una figura leggendaria destinato all’eternità del mito).

Può essere che conoscere una situazione sia una cosa, e conoscerne il nome sia una cosa peggiore?

Certochessì.

Hai voglia che sì.

E puoi avere l’età che vuoi, eh.

E tutta l’esperienza che ti pare.

Fatto sta che il subodorare una cosa/persona/situazione scomoda o comunque non congeniale, immaginarla, relegarla ad un massì, che lo so! lascia quel minimo margine di respiro che davanti a dei tratti somatici, si perde.

Crolla.

Decade.

E per quanto io sia diventata una fervida sostenitrice del fatto che sia meglio una brutta verità che una bella bugia (cristo, che coacervo di banalità da terza media che sono oggi, Quasi quasi mi scrivo sull’agenda “Libera l’amore o liberatene per sempre”. Così. Per punirmi.), certe volte – sempre più di rado, a voler essere onesta – fungendo da palestra di me stessa, mi sfido e verifico il grado di maturità acquisita mettendomi davanti al vero nome delle cose.

La maggior parte delle volte, a parte il bruciore dell’acido lattico nei muscoli tirati del sorriso (17, lo sapevate? ne servono 17, per tirarsi sulla faccia un’apparecchiata di denti), vinco.

In altre, invece, il mio personal trainer si chiama Vercingetorige.

 

(Comunque Facebook è lo strumento di bracconaggio peggiore dall’avvento di Internet. Guai a voi, anime prave… )

 

L'ennesimo urlo di Pillow
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